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manovra finanziaria, psicologia, contributo di solidarietà, comuni di S. Rizzoni PDF Stampa E-mail
Domenica 11 Settembre 2011 09:22

manovra finanziaria, psicologia, contributo di solidarietà, comuni

E’ ormai consolidato il valore finale della manovra pari a quasi 54,3 miliardi di euro; meno certo il significato da attribuire. Perché così elevato o perché così insufficiente? Ai posteri l’ardua sentenza!

I contenuti nel corso dei giorni che hanno preceduto l’approvazione in Senato cambiavano ad ogni piè sospinto a testimonianza di politiche di risanamento che vedevano la maggioranza oscillare tra posizioni draconiane e interventi mirati, comunque per saldi inizialmente pari a 48,5 miliardi di euro. Anche se conosciamo un po’ meglio i singoli interventi (tagli, maggiori entrate) non li affrontiamo nel dettaglio, ma proviamo a ragionare in termini più ampi.

L’Unione Europea non si è ancora manifestata sul piano politico sociale, neppure tra gli Stati fondanti questa intesa sovranazionale. A proposito ricordiamo le distanze tra Germania e Francia da un lato e l’Italia dall’altro e il resto dei partecipanti al gioco essere comprimari se non addirittura soggetti passivi e portatori di necessità spesso oggetto di salvataggi più o meno corposi (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) nati non da un dovere di mutuo aiuto tra i componenti l’Unione (anche monetaria), ma determinati dalle esigenze della propria sopravvivenza. La costruzione di uno Stato sovranazionale (Europa federale?) nasce, a differenza di quanto accadde nella costituzione degli Stati Nazionali in Europa, per proteggere lo Stato non da un nemico (visibile) che territorialmente potesse limitarne o sostituirne la sovranità, quanto da un nemico (invisibile) che con altrettanta determinazione e ferocia vuole conquistare quello Stato attraverso azioni di finanza, spesso speculativa, tesa a depauperare il benessere dei cittadini che vi risiedono ad esclusione di quei pochi che partecipano al banchetto. Non vi fosse l’UE, saremmo qui a celebrare il de profundis di alcuni Stati, non escludendo forse il nostro, anche se sulla nostra amata Italia le peculiarità non mancano, prime tra tutte un debito pubblico per buona parte ancorato al risparmio nostrano (non è dato sapere fino a quando durerà), una capacità tutta italica di saper uscire dalle situazioni più imbarazzanti e un popolo che, pur essendo stanco di fare sacrifici, sa di aver vissuto sopra le proprie possibilità per almeno un trentennio e per evitare che i propri figli paghino la mancata oculatezza dei padri, subisce la manovra (le manovre), come espiazione delle proprie colpe passate.

Il contribuente italiano, però, vorrebbe vedere una platea più ampia di partecipanti al gettito, con un’area di evasione, ma anche di elusione sempre più ristretta, comunque oggetto d’impegno da parte del Governo nell’azione di restringimento. Così come ritiene che retribuzioni elevate, patrimoni e ricchezze in un momento di crisi internazionale, le cui dimensioni ed effetti non sono ancora noti nonostante ci si trovi dentro da quasi quattro anni, devono dare il proprio contributo e sostegno. Ognuno, insomma, deve fare la propria parte. Se al contribuente medio vengono richiesti sacrifici è indubbio che la pressione fiscale con una manovra di questa natura aumenta e chi possiede redditi elevati deve dare di più. Per questa ragione ritengo errato aver introdotto il contributo di solidarietà a partire da redditi over 300 mila euro e al 3%. La proposta originaria sembrava più equa.

Ritoccare l’IVA, dicono, deprime il mercato originando (accentuando) recesso e contraendo consumi. Immaginiamo gli effetti psicologici di attenuazione se alla percentuale d’incremento IVA fosse seguito un decremento della benzina attraverso la riduzione delle accise al litro e non un contestuale aumento.

Costi della politica e degli apparati.

Facile immaginare che un sistema democratico disegnato per uno Stato Federale sia teso a riorganizzare nel numero, funzioni e retribuzioni i propri rappresentanti. Così come la soppressione delle Province non può non immaginare un’articolazione territoriale diversa anche delle Regioni. La grande riforma istituzionale e costituzionale, che nella manovra, almeno nella riduzione del numero di parlamentari e delle province, è lasciata ad una legge costituzionale preceduta dal relativo disegno di legge, risulterebbe utile sottoporla all’esame del Parlamento quanto prima. Questo per stanare quelli che “predicano bene e razzolano male” di cui ho l’impressione esservene in gran numero alla Camera e al Senato della Repubblica.

Analoga osservazione vale anche per il pareggio di bilancio dello Stato che con ddl costituzionale introduce il rispetto dell’equilibrio delle entrate e delle spese, così come avviene per i bilanci degli enti locali. L’indebitamento sarebbe consentito solo in cicli economici avversi e previo dichiarazione delle Camere in ragione di eventi eccezionali con voto a maggioranza assoluta ottenuta nei due rami del Parlamento.

Molto spesso abbiamo sentito affermazioni tese ad evitare di “non mettere le mani nelle tasche degli Italiani” e credo ormai derubricabili come demagogiche e scomponibili in azioni dirette e indirette. Tra queste ultime i minori trasferimenti a regioni ed enti locali che origineranno due risultati possibili a carico dei medesimi: chiusura dei servizi o diminuzioni delle prestazioni, oppure aumento delle tariffe, dato che tali enti hanno un’imposizione fiscale autonoma pressoché pari allo zero cercheranno di sfruttare appieno i margini (aliquote aggiuntive) disponibili. Tagliare a regioni ed enti locali, quindi, avrà questa triplice conseguenza: una riduzione della quantità e forse qualità dei servizi, un inasprimento fiscale e un incremento delle tariffe. Tra queste ultime ricordiamo quelle riferite ad asili, raccolta e smaltimento rifiuti, servizi sociali, trasporti e più in generale servizi di rete (acqua, luce, gas).

Se parimenti vi fosse una sostanziale liberalizzazione dei servizi pubblici locali con un piano di dismissione dei grandi patrimoni pubblici, forse risulterebbero più comprensibili i tagli imposti a regioni ed enti locali quale ultimo, ma temo non definitivo, salasso a carico dei medesimi e da essi subito nel corso degli ultimi cinque anni. Sottolineo nuovamente come le risorse proprie degli enti equivalgono ad almeno il 70% dei costi sostenuti e tutto ciò senza scomodare il federalismo fiscale che potremo vedere solo al realizzarsi di una riforma fiscale e istituzionale di sistema.

Quando cito la liberalizzazione dei servizi pubblici locali non mi riferisco alla loro privatizzazione ma al modulo di gestione e alla scelta del soggetto gestore che deve trovare nel privato o nel pubblico,  poco importa, colui che è in grado di ottimizzare i fattori produttivi per realizzare servizi di qualità.

Liberalizzare più in generale i servizi equivale anche mettere mano ai privilegi degli Ordini che di fatto nell’autorganizzarsi svolgono un’azione di accesso alle professioni che è in antitesi ai dettami del libero mercato. Oppure essere d’intralcio ad azioni che produrrebbero fonti d’entrata per lo Stato, se non direttamente compensando in quota parte i minori trasferimenti a regioni ed enti locali. Sul punto penso alle 3.000 parafarmacie sparse sul territorio nazionale da trasformare in farmacie.

L’accorpamento di funzioni associate per comuni sino a 5 mila abitanti esemplifica come il “buon senso del padre di famiglia” vede, da tempo, buona parte dei quasi 1.950 comuni italiani under 1.000 abitanti, organizzare insieme, magari oltre allo standard minimo previsto dalla norma, molti servizi che da soli non potrebbero erogare. Nonostante venga introdotta questa norma contestualmente agisce il limite che un Segretario Comunale di prima nomina deve esercitare per Comuni anche convenzionati ma sotto i 3.000 abitanti. Inutile aggiungere essere questo un limite pleonastico, fuori ordinamento e io credo facilmente superabile senza scomodare l’assunzione di una nuova norma, ma agendo attraverso il quadro legislativo vigente. Di questo avremo modo di ritornarci più e più volte.

Infine gli enti inutili forieri di sprechi o di doppioni per attività da altri meglio realizzate.

Rimanendo sempre nel nostro ambito è risaputa l’esistenza di due enti che aggiornano e formano, uno i dipendenti degli enti locali e l’altro i dipendenti dei ministeri. Con essi, le singole regioni dispongono di scuole di formazione della stessa natura, almeno per quanto riferibile ai dipendenti degli enti locali. Vuoi vedere che qualche ente è di troppo?

Devo dire che per esperienza diretta saprei indicare anche quale!

Sandro Rizzoni*

 

*iscr. Albo Nazionale Segretari comunali e provinciali n.8393, sezione della Lombardia

Ultimo aggiornamento Domenica 11 Settembre 2011 09:29